mercoledì 1 luglio 2020

Grado, castrum nella laguna veneta; parte seconda


Castrum e centro storico


battistero
Grado, parte superiore del battistero (foto Carlo Nicotra)

Mappa del castrum  

Il nucleo primitivo di Grado, sorto quale struttura complementare avanzata del sistema portuale ed emporiale aquileiese, avviò la sua maturazione urbanistica tra il quarto ed il quinto secolo, contestualmente alla sua elezione a luogo di rifugio da parte delle popolazioni della bassa pianura friulana. L'insediamento fortificato, si dotò, già nel primo periodo della sua crescita, di una importante cinta muraria impostata su uno schema planimetrico irregolarmente rettangolare molto allungato, orientato lungo una direttrice nord-sud; la struttura fondazionale di questo manufatto difensivo, venuta man mano alla luce nel corso di una serie di indagini archeologiche, permise di stabilire la consistenza del perimetro murato castrense che, nel periodo del suo massimo sviluppo, misurava circa 360 metri di lunghezza ed una larghezza variabile tra i 48 metri del suo estremo limite settentrionale, gli 80 metri rilevati in corrispondenza del duomo e i 100 metri dell'estremità meridionale. Le cinte, temporalmente attestabili in successivi periodi storici, si erano progressivamente dotate di un apparato difensivo costituito da diverse torri e da almeno cinque porte; nella zona nord-occidentale del perimetro si trovava la medievale Porta Grande, della quale, sino al secolo scorso, erano visibili alcune tracce dell'alzato; adiacente alla torre tardoromana (torre poligonale) si apriva la Porta Nuova mentre più a sud, indagini archeologiche effettuate nel 1994 hanno messo in luce una ulteriore porta castrense collocata in linea con l'antico decumanus
Davanti alla chiesa di San Rocco sorgeva la Porta Piccola, demolita nel 1875 e sempre sul lato occidentale della cinta erano situate due torri a pianta rettangolare delle quali permangono tuttora tracce seppur molto alterate. Ulteriori tracce dell'impianto difensivo sono emerse con le indagini effettuate nel 2008 che hanno messo in luce un' altra porta collocata presso l'angolo sud-est del castrum in corrispondenza del medievale palazzo comunale. La forma allungata del castrum, attribuibile a fattori fisici legati alla geomorfologia del sito (la fortificazione sorgeva alla foce del Natisone occupando integralmente un importante ed emergente cordone deltizio sabbioso), copriva gran parte degli spazi occupati dall'attuale centro storico ed era percorso longitudinalmente da una dorsale viaria (calle Lunga e calle del Palazzo) che assecondava, nel suo andamento irregolare, l'orientamento delle mura occidentali; questo asse divenne, specie dal VI secolo in poi, fattore determinante per lo strutturazione del tessuto urbano ed elemento generatore dei principali luoghi monumentali. La tipologia del tessuto urbano che caratterizzò la crescita residenziale del borgo fu profondamente condizionata dallo sfruttamento intensivo degli spazi disponibili all'interno della cinta; nacque conseguentemente una struttura urbana complessa ed articolata ma sostanzialmente asservita, almeno sino al XIX secolo, alla compattezza dell'impianto castrense che, con i suoi allineamenti difficilmente modificabili, condizionò lo sviluppo dell'abitato alimentando pure la sua straordinaria veste pittoresca. 

architetture storiche



edifici del centro storico










architetture abitative del centro storico (foto Carlo Nicotra)



La nascita della Grado turistica post-ottocentesca, che fu elemento determinante nella formazione della struttura urbanistica moderna, divenne anche il principale elemento condizionante per la corretta conservazione del patrimonio architettonico storico; durante questo periodo, sino al 1947, molte delle architetture residenziali racchiuse entro il tracciato dell'antico castrum vennero infatti sottoposte a profondi e spesso discutibili interventi di trasformazione.

I monumenti religiosi


Grado sant'eufemia
Grado, cattedrale di Sant'Eufemia (foto Carlo Nicotra)

L'insediamento dei tre principali monumenti religiosi paleocristiani gradesi: la basilica di Santa Maria delle Grazie, il Battistero di San Giovanni e la cattedrale di Sant'Eufemia, costituenti un significativo trittico artistico per le loro architetture e per i rispettivi apparati decorativi e musivi, avvenne in un ristretto ambito urbano incardinato sull'asse viario longitudinale del castrum. 

La piazzetta della cattedrale
in una immagine di fine Ottocento

Questo spazio angusto sul quale prospettavano i tre edifici, fu oggetto di una opportuna espansione  in seguito alle demolizioni di un tratto della cinta muraria operate in epoca medievale; le trasformazioni urbane mutarono l'assetto del tessuto urbano creando lo slargo corrispondente all'attuale campo dei Patriarchi.  Il Duomo o Basilica di sant'Eufemia, voluta dal Patriarca Elia e da lui consacrata il 3 novembre del 579, venne realizzata sfruttando i resti di un preesistente impianto religioso risalente alla seconda metà del IV secolo. Le testimonianze architettoniche di questa struttura sono tuttora visibili nel livello inferiore del pavimento attuale ed attestano due fasi costruttive distinte: la prima viene identificata da una semplice aula rettangolare, la seconda, più recente, da una struttura absidata delle dimensioni di m. 14,70 per 6,70. La cattedrale eliana, organizzata, con la navata principale e le due navatelle laterali, su uno schema planimetrico delle dimensioni di m. 35,70 x 19,50, piuttosto allungato rispetto alle proporzioni canoniche, denuncia, con la pronunciata deviazione dell'orientamento della facciata e nelle tracce del nartece demolito nel secolo XIX, i condizionamenti subiti in fase costruttiva dall'attigua compatta edilizia del castrum. All'edificio fu poi aggiunto il campanile realizzato sul classico modello tardomedievale. L' interno della chiesa, nel quale si può percepire il particolare ritmo architettonico scandito dalle alternanze e dissonanze tra colonnato, paraste esterne e forature, viene caratterizzato anche dal bizantino dialogo chiaroscurale tra le tre navate e dal grande mosaico pavimentale.


Sant'Eufemia

Cattedrale di Sant'Eufemia (foto Carlo Nicotra) 
Grado cattedrale navata
Sant' Eufemia, ritmo del colonnato (foto Carlo Nicotra)

Notevole pure la serie dei capitelli che sormontano le colonne in marmo policromo (vedi la serie dei sette capitelli compositi di tipo teodosiano) e l'alto ambone esagonale, duecentesco, ma con la presenza di componenti decorative tardoantiche e altomedievali. Il battistero, sorto in aderenza al duomo e legato ad esso sia funzionalmente che nel corpo di fabbrica (originariamente protetto da un portico a tre archi), è costituito da un'alta e compatta struttura a pianta ottagonale di dodici metri di diagonale e dodici di altezza. L'interno viene illuminato da una serie di finestre ed oculi e la percezione di verticalità viene esaltata dall'assenza di interruzioni architettoniche orizzontali (cornici, risalti ecc.). 

grado battistero
Grado, battistero e lapidario (foto carlo Nicotra)


A nord del duomo, sorge la basilica di Santa Maria delle Grazie, terzo dei monumenti religiosi inseriti nel contesto urbano del campo dei Patriarchi, che la tradizione attribuisce all'opera del vescovo aquileiese Cromazio, profugo a Grado tra il 407 ed il 408. 

Santa Maria
Grado, Santa Maria alle Grazie (foto Carlo Nicotra)

L'edificio, le cui forme attuali (restituite dai restauri operati dall'architetto Alessandro Rimini nel 1924) sono da attribuire al periodo eliano, si struttura su un perimetro rettangolare, di 18,90 metri di lunghezza e di 11.20 metri di larghezza, dimensioni corrispondenti a quelle della cattedrale precedente, attestabile alla metà del V secolo; di questa prima chiesa rimangono tuttora visibili, le tracce del pavimento mosaicato e del presbiterio. Alla demolizione del nartece, originariamente addossato all'attuale facciata per alleggerire l'eccessivo verticalismo della parte centrale del prospetto, seguì la reintroduzione (durante i restauri del 1924) della importante trifora e delle paraste; tali opere furono eseguite nell'intento di restituire alla struttura un'immagine coerente al periodo di appartenenza, ma anche per attenuare l'impatto visivo della parte superiore dell'edificio. 

Trifora
Santa Maria alle Grazie, trifora (foto Carlo Nicotra)

Anche gli spazi interni, scanditi da tre navate separate da due file di archi colonnati (nella versione più antica le colonne erano sei mentre nell'edificio eliano si sono ridotte a cinque) sono regolati nella loro disposizione volumetrica dal forte slancio verticale della navata centrale, fattore determinante anche nella disposizione delle finestre e nella conseguente illuminazione naturale dei vani. I due diversi stadi della costruzione risultano evidenti nell'assetto degli interni; all'altare e alla navata centrale, appartenenti all'edificio eliano, corrispondono la navata destra e parte dell'abside, risalenti alla prima edificazione, posizionate su un livello inferiore.


La basilica in piazza della corte

Gli scavi archeologici effettuati tra il 1902 ed il 1904 in piazza della Corte (oggi piazza Biagio Marin) hanno messo in luce i resti di un complesso ecclesiale paleocristiano costituito da una basilica a tre navate e da un battistero a pianta ottagonale ubicato in prossimità del muro castrense occidentale. 

Piazza della Corte, planimetria delle due basiliche sovrapposte

Su un livello inferiore dello scavo vennero inoltre individuati e definiti i resti, poi inglobati dallo sviluppo dell'edificio superiore, di una precedente chiesa a navata unica (delle dimensioni di m. 23.32 per 10,10) attestabile, viste le caratteristiche costruttive, i resti musivi e la semplicità dell'impianto architettonico, tra la fine del IV secolo e l' inizio del V. 

Piazza della Corte, gli scavi archeologici in un'immagine d' epoca


Nel corso della prima metà del secolo VI fu realizzata, sui resti del primo edificio distrutto da un incendio, la nuova basilica, organizzata su tre navate e dotata di un importante impianto absidale. Secondo alcune interpretazioni il complesso basilicale, sorto sui resti di una costruzione romana, sarebbe stato quello che documenti e cronache indicano come dedicato a san Giovanni Evangelista e realizzato dal vescovo Macedonio tra il 539 ed il 557. 

Planimetria del battistero marcata sul livello pavimentale della piazza a margine del tessuto urbano storico (foto Carlo Nicotra)

Il battistero, la cui costruzione è databile attorno al V secolo, presenta una misura in diagonale di m. 8.20; la sua collocazione rispetto alla cattedrale ha fatto ipotizzare l'esistenza di un'officiazione religiosa di culto ariano, probabilmente legata alla presenza di militari Goti nella guarnigione del castrum.


mercoledì 10 giugno 2020

Grado, castrum nella laguna veneta; parte prima

s.eufemia

Grado, basilica di Sant' Eufemia, facciata settentrionale (foto Carlo Nicotra)i


Cenni di storia

La fitta rete di secche, bassifondi, barene e canali, formati dal progressivo impaludamento dell'area costiera adriatica situata tra le foci del Po e del Timavo, i lidi sottili e stagni citati da Tito Livio (descrizione della sconfitta inflitta nel IV sec.a.C. dai veneti all'invasore spartano Cleonimo_Tito Livio Ab urbe condita X), hanno da sempre costituito un unicum naturale atto a rendere difficilmente praticabile l'accesso alla laguna a chi non ne avesse perfetta conoscenza. Questa particolarità ambientale, rivelatasi quale importantissimo strumento di difesa militare fu fattore determinante per le origini, lo sviluppo ed il destino politico-insediativo dei territori della Venetia maritima e della città-stato che ne erediterà il nome.  


Grado laguna

Particolare della mappa "La vera descrizione del Friuli" di Giovanni Andrea Valvassori - Venezia 1553. L'immagine rappresenta la laguna veneta ed indica Aquilegia (Aquileia) e Grado Città (Grado)


Al primo embrione urbano di Venezia, che iniziava a svilupparsi dopo il VI sec. a Rivoalt9(o nel contesto delle isole Realtine, faceva eco la crescita di altri piccoli insediamenti collocati lungo i percorsi dell'antica navigazione endolagunare o prospicienti l'area della pianura veneta occupata dagli Altinati (Torcello, Mazzorbo, Burano, Costanziaco, Ammiana, Murano) che si qualificavano quale sicuro rifugio delle popolazioni in fuga dall'incalzare delle invasioni barbariche (Unni di Attila) ma soprattutto, dagli effetti dello stanziamento, dopo il 568, dei Longobardi.  Nella parte meridionale della laguna gli insediamenti maggiormente coinvolti dai flussi migratori, provenienti da Padova e dall'entroterra veneto del Brenta, furono Chioggia, Cavarzere e il villaggio portuale romano di Malamocco (Metamaucum), mentre sul limite settentrionale del contesto lagunare, il castrum di Grado (Aquae Gradatae) divenne meta delle popolazioni dell'Aquileiese successivamente alle invasioni di Alarico del 401 e 408 e di Attila (maggio del 452). L'insediamento gradese, sorto in periodo romano quale supporto commerciale e difensivo del sistema portuale di Aquileia, ricopriva le funzioni di primo scalo per le imbarcazioni che, giungendo dall'Adriatico, imboccavano e risalivano il corso terminale del Natisone accedendo all'area commerciale della città e di conseguenza alla complessa rete stradale dell'impero.  L'impianto del castrum, per il quale non sono disponibili, in epoca romana, fonti documentarie dotate di una sicura cronologia (indagini archeologiche ne attesterebbero la nascita a un periodo sostanzialmente contestuale a quello di Aquileia), secondo le antiche cronache veneziane, iniziò a sviluppare una sua struttura autonoma nella prima epoca longobarda ed al conseguente insediamento, nel 568, del Patriarca aquileiese Paolino; egli riparando sull'isola vi stabilì la nuova sede del Patriarcato, conferendo al sito una nuova, importante veste storica e spirituale.  Le ipotesi in merito al periodo nel quale Grado iniziò ad imporsi quale centro urbano autonomo sono diverse: le citazioni effettuate nell'VIII secolo da Paolo Diacono nella sua Historia Langobardorum, riprese in epoca più tarda dal veneziano Andrea Dandolo nella Chronica per extensum descripta, attestavano uno sviluppo del castrum quale conseguenza degli sconvolgimenti subiti dal territorio friulano durante le invasioni visigote del primo Quattrocento; altri recenti studi farebbero invece supporre lo sviluppo di Grado come porto e come castello, in relazione all'interro del canale di Aquileia (fatto che le indagini archeologiche attestano intorno al secolo VI). L'isola lagunare nel periodo successivo, (probabilmente dopo l'intervento militare imperiale del 552 contro i Goti), stabilizzò la sua appartenenza ai domini bizantini, contrariamente al resto del territorio friulano, Aquileia inclusa, che rimaneva ancora saldamente sottoposta al controllo Longobardo. Grado in quel periodo, sviluppò il suo impianto urbano, si dotò di nuove opere di fortificazione e avviò la costruzione delle due basiliche: Sant'Eufemia (inizialmente dedicata ai protomartiri aquileiesi Ermagora e Fortunato), consacrata dal Patriarca Elia il 3 novembre del 579, e Santa Maria delle Grazie, edificata sempre per volere di Elia, sul sito di una precedente basilica paleocristiana della prima metà del V secolo.



Sant'Eufemia

Grado,basilica di Sant'Eufemia (foto Carlo Nicotra)

Basilica di Sant' Eufemia, ambone duecentesco (foto Carlo Nicotra)

La crescente importanza politica di Grado, rafforzata dalla scissione delle sedi patriarcali (dal 737 il patriarcato di Aquileia, con sede a Cividale, divenne del tutto separato da quello gradese), si accompagnò alla maturazione del potere ducale a Venezia che, successivamente alla caduta (774) del regno longobardo ad opera dei franchi, estese il suo controllo sull'intera laguna. La decadenza iniziò contestualmente all'emergere della potenza marciana, alla soppressione della diocesi gradese, ed al conseguente trasferimento, avvenuto dopo il XV secolo, della residenza patriarcale alla basilica di San Pietro di Castello a Venezia.  

Grado Santa Maria delle Grazie

Grado, cattedrale di Santa Maria delle Grazie (foto Carlo Nicotra)

Grado, compresa nei territori del Dogado (l'area metropolitana lagunare di Venezia) sino al trattato di Campoformido (1797) e inclusa nei diversi possedimenti costieri veneziani compresi tra Lignano, Marano (veneta dal 1543) e Monfalcone subì, nel corso del Settecento, un progressivo impoverimento ed isolamento; le condizioni di vita dell'isola divennero man mano più difficili e portarono alla progressiva trasformazione dell'antico castrum in un borgo di pescatori con non più di duemila abitanti.  Durante l' occupazione napoleonica ed il breve possesso inglese (1810), nel periodo immediatamente successivo alla caduta della Serenissima, Grado aggravò ulteriormente la già precaria condizione di decadenza ed abbandono, subendo anche alcuni gravi danneggiamenti al suo patrimonio culturale quali l'incendio dell'archivio e la demolizione della chiesa di San Vitale. L'annessione dal 1815 all'impero asburgico, decretò la definitiva e totale dipendenza amministrativa dell'isola alla contea di Gorizia, con la conseguente rescissione di ogni legame sociale,economico e culturale da Venezia. Grado riprese la sua crescita solamente in epoca contemporanea con l'inaugurazione dell'Ospizio marino nel 1872, con l'apertura nel 1892 del primo stabilimento balneare e con la costruzione nel 1896, del primo albergo diventando, nel giro di pochi anni, una delle località balneari più note dell'Impero austro-ungarico. Nel 1910, fu aperta a la linea ferroviaria tra Cervignano e Belvedere, tratta che permetteva di raggiungere l' isola con solo mezz'ora di vaporetto. La realizzazione della diga lagunare con la relativa passeggiata a mare e del caratteristico porto interno, costituirono ulteriori incentivi allo sviluppo del nuovo centro urbano che cresceva attiguo allo storico castrum. 

Grado porto

Il porto interno di Grado, realizzato nei primi anni del Novecento (foto Carlo Nicotra)


Grado foto storica

Il porto di Grado in una immagine d' epoca

Il 14 giugno 1936 l' isola di Grado, già facilitata nei collegamenti con l' entroterra friulano dalla realizzazione della strada lagunare tra Belvedere e la darsena San Marco, venne definitivamente collegata alla terraferma con la posa in opera del nuovo ponte girevole, successivamente denominato ponte Matteotti; la struttura di 213 metri di lunghezza, progettata dai fratelli gradesi Degrassi e realizzata dalla Società Adriatica di Costruzioni di Trieste, segnò il termine del secolare isolamento dell'insediamento gradese.


 



martedì 16 aprile 2019

La fortezza di San Nicolò a Sebenico

Sebenico, fortezza di San Nicolò, particolare del bastione (foto Carlo Nicotra)

Nel 1522 la città di Skradin, l'antica Scardona, colonia liburnica ed importante città romana situata sulla riva destra del canale della Cherca, dal 1116 sede vescovile e controllata da Venezia dal 1411, capovia di una fitta rete stradale che collegava la costa alla valle della Sava, cadde in mano agli eserciti turchi che da tempo erano impegnati nella sistematica occupazione militare dei territori della Bosnia e dell'entroterra dalmato. Questo fatto, già determinante per gli equilibri strategici della regione, si inseriva nell'ampio contesto dei conflitti tra la Serenissima e l'impero ottomano e costituiva un importante vulnus nelle condizioni di sicurezza delle regioni costiere e un concreto pericolo per le città che, durante la prima metà del secolo XV, erano finite sotto l'egida della Repubblica. 

La cittadina di Scardona in una immagine di fine Ottocento

Il conseguente squilibrio venutosi a creare in merito al controllo delle rotte commerciali nell'Adriatico, portò Venezia a varare, nel periodo compreso tra il XV e il XVII secolo, un programma per la realizzazione di numerose importanti nuove opere di fortificazione a protezione dei principali siti veneti della costa dalmata. L'area di Sebenico venne particolarmente interessata dagli interventi, che trasformarono la città ed il suo immediato retroterra, in un importante caposaldo militare e rafforzarono il suo ruolo di punto d'appoggio per i traffici commerciali marittimi. La scelta operata derivava dalla collocazione geografica della città, strategica per il controllo delle rotte adriatiche e dalle sue particolari caratteristiche insediative; all'area portuale di Sebenico infatti, costituita dalla vasta e strategica rada posta alla foce della Cherca, si accedeva unicamente attraverso l'angusto canale di Sant'Antonio le cui caratteristiche fisiche garantivano una efficace difesa naturale. Lo stretto, già peraltro protetto da due torri edificate in periodo medievale e da una catena dotata di lame di ferro che ostacolava il passaggio alle navi indesiderate, venne prescelto quale idoneo sito da utilizzare per incrementare il potenziale difensivo della città.

Mappa storica di Sebenico (Civitate Orbis Terrarum 1575 map II - 52)

Dopo le prime ipotesi avanzate, che prevedevano un semplice consolidamento delle strutture già esistenti, maturò l'idea della realizzazione di un nuovo complesso fortificato che doveva costituire un ostacolo difficilmente superabile da un nemico che volesse avvicinarsi dal mare al porto ed alla città; l'isolotto di Ljuljevac, ove sorgeva il monastero benedettino di San Nicola, venne prescelto quale idoneo sito per edificare la nuova struttura. 


Sebenico, particolare della mappa storica del 1575 con l' evidenza del Canale di Sant'Antonio, il forte di San Nicolò, la punta di Sant'Andrea e le due fortificazioni medievali a presidio dello stretto. 

Nonostante la decisione (datata 30 aprile1525), fosse stata presa alcuni anni dopo la caduta di Scardona, la realizzazione materiale degli interventi non seguì un iter altrettanto celere; appena nel 1540 infatti, Giangirolamo Sanmicheli, nipote di Michele, affermato architetto militare della Stato Veneto, (Michele si formò con Giuliano e Antonio da Sangallo, precursori delle cosiddette ”fortificazioni alla moderna” e fu progettista di importanti opere militari a Venezia, quali il forte di Sant'Andrea al Lido, ed altri nei territori dello S
tato de tera e dello Stato de mar quali Zara, fortezza di Orzinuovi ecc.) progettò un piano di difesa complessivo che includeva sia il miglioramento dell'intero sistema di fortificazione cittadino, sia la costruzione della nuova struttura difensiva sul canale di Sant'Antonio. Giangirolamo a Ljuljevac fece predisporre l'apparato fondazionale della fortezza utilizzando la pietra bianca locale, ma sviluppò le bastionature con l'utilizzo dei mattoni, che riteneva materiale maggiormente elastico ed atto a resistere, se operato con le dovute caratteristiche costruttive, all'impatto delle nuove artiglierie. 


Fortezza di San Nicolò, particolare del basamento in pietra bianca e della cortina muraria in mattoni (foto Carlo Nicotra)

La tecnologia della muratura in mattoni, comunemente utilizzata per molte fortificazioni veneziane dell'epoca, risultava insolita ed innovativa per il territorio dalmata, come inusuali apparivano pure la struttura e gli spazi operativi che vennero formati con concetti evoluti rispetto ai modelli tradizionali; all'impianto che sfruttava planimetricamente, con due bastioni a tenaglia, la forma triangolare del sito, si aggiungeva sul vertice un' ulteriore fortificazione a base circolare che il Sanmicheli denominava Torion; all'interno del recinto murato era collocata una piccola piazza e adiacente ad essa la cappella, realizzata probabilmente sul sito della ex chiesa conventuale; il Torion si protendeva verso il braccio di mare di Sant'Antonio, di fronte al faro di punta Sant'Andrea, ove il canale presentava una strettoia.



Planimetria della fortezza di San Nicolò in una riproduzione di Vincenzo Coronelli (1667)

La più evidente particolarità dell'edificio, oltre all'impianto planimetrico a base triangolare (che peraltro trovava diversi altri coevi esempi – vedi ad esempio la fortezza di Sarzanello del 1493, la rocca di Ostia del 1482, il castello di Aquino a Rocchetta Sant'Antonio del 1507, la fortezza di Sisak del 1544 e la fortica di Otočac del 1619) era costituita dalla totale assenza dell'usuale sistema di torri quale primo piano difensivo. Questo fatto, unitamente alla notevole altezza del muro di cinta, dei bastioni e del Torion, caratterizzava con vigore l'aspetto complessivo della struttura proponendo, specie sul lato del mare, un unico spazio imponente e minaccioso, dissuasore preventivo di qualsiasi atto ostile. 


La fortezza vista dal canale di Sant'Antonio ( foto Carlo Nicotra )

Sulle murature del lato postico l'impostazione cosiddetta “a corno o tenaglia” si poneva quale uno dei primi casi compiuti nel contesto dell'architettura militare veneziana e caratterizzava ulteriormente la forma finita dell'opera. La struttura, pienamente operativa dopo il 1546 ed inserita nel contesto delle fortificazioni venete di Sebenico (che comprendevano pure in aggiunta alla cerchia murata cittadina la fortezza di San Michele - tvrđava Sv. Mihovila, distrutta nel 1221 dai cittadini sebenzani e ricostruita col nome di castello di Sant'Anna o forte di Sant'Anna - trdava Sv. Ana; la fortezza di San Giovanni - tvrđava Sv. Ivana, eretta dai Veneziani nel 1646 a quota 125 m. e la fortezza del Barone - tvrđava Šubićevac, così chiamata in memoria del barone Christoph Martin von Degenfeld che la fece erigere nel 1646) venne presidiata da una guarnigione permanente ed armata con 32 cannoni, ma non venne mai coinvolta, se non marginalmente, in alcuna operazione militare. 


Sebenico, forte di Sant'Anna (foto Carlo Nicotra)

L'edificio, utilizzato sino alla caduta di Venezia del 1797 venne successivamente occupato dalle truppe napoleoniche e dagli austriaci, rimase vincolato al patrimonio demaniale per venire completamente dismesso solo nel 1979. Successivamente le sue strutture vennero parzialmente riattate per essere adibite ad utilizzi turistici e culturali. Dal 9 luglio 2017 il forte di San Nicolò è stato riconosciuto dall'UNESCO quale patrimonio mondiale dell'umanità nel contesto del sito transnazionale delle Opere di difesa veneziane tra XVI e XVII secolo: Stato da Tera – Stato da Mar Occidentale.



lunedì 29 ottobre 2018

Sant' Ivo alla Sapienza

Borromini
Roma, Sant'Ivo alla Sapienza, cupola e lanterna spiraliforme (foto Carlo Nicotra)

Nel 1660 a Roma veniva consacrata, all'interno del complesso universitario della Sapienza,la piccola chiesa dedicata a Sant'Ivo Hélory. Borromini che, da architetto dell'università romana, aveva iniziato ad occuparsi del progetto dopo il 1632, non avendo a disposizione grandi spazi planimetrici, fece la scelta di far sviluppare le volumetrie della chiesa verso l'alto. Nello schema progettuale da lui ideato due triangoli contrapposti, combinati con parti di cerchio concave e convesse, si compenetravano sino a formare l'immagine di una stella a sei punte; tale figura si sviluppava nell'alzato creando un impianto spaziale ricco di contenuti simbolici. La traslazione dell'impianto dal livello terra alla sommità delle pareti, generava l'appoggio, in assenza di trabeazione, della cupola che, a sua volta, si spingeva verticale e dinamica sino al cerchio luminoso e perfetto della lanterna. 

Borromini
Sant'Ivo, intradosso della cupola (foto Carlo Nicotra)

All'esterno un crescendo di gradoni contraffortati si impostava sul tamburo ottagonale, proseguiva verso l'alto con la lanterna strutturata su un'alternanza di colonne binate e superfici concave, aprendosi, alla fine, verso il cielo tramite l'elemento a spirale. Quest'ultimo, nella cui immagine sono riconoscibili molteplici riferimenti simbolici ed architettonici (tratti dell'iconografia cinquecentesca della torre di Babele nelle forme rivisitate dal gesuita tedesco Athanasius Kircher, il faro di Alessandria, ma anche alcune delle componenti del gotico fiorito che il giovane Borromini aveva trattato durante la realizzazione del tiburio del duomo di Milano) costituisce uno dei principali elementi caratterizzanti l'edificio; dinamizza gli spazi proiettandoli, in opposizione alla simbolica chiusura della volta celeste operata nella quasi totalità delle cupole degli edifici religiosi, dal basso verso l'infinito.

Borromini
Sant'Ivo particolari architettonici della lanterna spiraliforme (foto Carlo Nicotra)

Tra le righe dell'eterodossia architettonica borrominiana, espressa con decisione nella dinamica spaziale operata a Sant'Ivo, si coglie peraltro un'accorta politica professionale; nell'edificio l'architetto contestualizza un omaggio alla famiglia Barberini, il cui schema araldico delle tre api appare stilizzato nell'intreccio delle geometrie che formano l'impianto planimetrico e inserisce l'elemento sommitale esterno della corona di fiamme in pietra e ferro della lanterna/faro luce dell'umanità, sovrastata dal globo e dalla colomba col ramoscello d'ulivo, quale palese tributo al pontefice in carica Innocenzo X Pamphilj. 

Borromini
Sant'Ivo, parte sommitale della lanterna (foto Carlo Nicotra)


Borromini
Roma,  complesso di Sant'Ivo alla Sapienza 1642-1660  (foto Carlo Nicotra)