martedì 16 aprile 2019

La fortezza di San Nicolò a Sebenico

Sebenico, fortezza di San Nicolò, particolare del bastione (foto Carlo Nicotra)

Nel 1522 la città di Skradin, l'antica Scardona, colonia liburnica ed importante città romana situata sulla riva destra del canale della Cherca, dal 1116 sede vescovile e controllata da Venezia dal 1411, capovia di una fitta rete stradale che collegava la costa alla valle della Sava, cadde in mano agli eserciti turchi che da tempo erano impegnati nella sistematica occupazione militare dei territori della Bosnia e dell'entroterra dalmato. Questo fatto, già determinante per gli equilibri strategici della regione, si inseriva nell'ampio contesto dei conflitti tra la Serenissima e l'impero ottomano e costituiva un importante vulnus nelle condizioni di sicurezza delle regioni costiere e un concreto pericolo per le città che, durante la prima metà del secolo XV, erano finite sotto l'egida della Repubblica. 

La cittadina di Scardona in una immagine di fine Ottocento

Il conseguente squilibrio venutosi a creare in merito al controllo delle rotte commerciali nell'Adriatico, portò Venezia a varare, nel periodo compreso tra il XV e il XVII secolo, un programma per la realizzazione di numerose importanti nuove opere di fortificazione a protezione dei principali siti veneti della costa dalmata. L'area di Sebenico venne particolarmente interessata dagli interventi, che trasformarono la città ed il suo immediato retroterra, in un importante caposaldo militare e rafforzarono il suo ruolo di punto d'appoggio per i traffici commerciali marittimi. La scelta operata derivava dalla collocazione geografica della città, strategica per il controllo delle rotte adriatiche e dalle sue particolari caratteristiche insediative; all'area portuale di Sebenico infatti, costituita dalla vasta e strategica rada posta alla foce della Cherca, si accedeva unicamente attraverso l'angusto canale di Sant'Antonio le cui caratteristiche fisiche garantivano una efficace difesa naturale. Lo stretto, già peraltro protetto da due torri edificate in periodo medievale e da una catena dotata di lame di ferro che ostacolava il passaggio alle navi indesiderate, venne prescelto quale idoneo sito da utilizzare per incrementare il potenziale difensivo della città.

Mappa storica di Sebenico (Civitate Orbis Terrarum 1575 map II - 52)

Dopo le prime ipotesi avanzate, che prevedevano un semplice consolidamento delle strutture già esistenti, maturò l'idea della realizzazione di un nuovo complesso fortificato che doveva costituire un ostacolo difficilmente superabile da un nemico che volesse avvicinarsi dal mare al porto ed alla città; l'isolotto di Ljuljevac, ove sorgeva il monastero benedettino di San Nicola, venne prescelto quale idoneo sito per edificare la nuova struttura. 


Sebenico, particolare della mappa storica del 1575 con l' evidenza del Canale di Sant'Antonio, il forte di San Nicolò, la punta di Sant'Andrea e le due fortificazioni medievali a presidio dello stretto. 

Nonostante la decisione (datata 30 aprile1525), fosse stata presa alcuni anni dopo la caduta di Scardona, la realizzazione materiale degli interventi non seguì un iter altrettanto celere; appena nel 1540 infatti, Giangirolamo Sanmicheli, nipote di Michele, affermato architetto militare della Stato Veneto, (Michele si formò con Giuliano e Antonio da Sangallo, precursori delle cosiddette ”fortificazioni alla moderna” e fu progettista di importanti opere militari a Venezia, quali il forte di Sant'Andrea al Lido, ed altri nei territori dello S
tato de tera e dello Stato de mar quali Zara, fortezza di Orzinuovi ecc.) progettò un piano di difesa complessivo che includeva sia il miglioramento dell'intero sistema di fortificazione cittadino, sia la costruzione della nuova struttura difensiva sul canale di Sant'Antonio. Giangirolamo a Ljuljevac fece predisporre l'apparato fondazionale della fortezza utilizzando la pietra bianca locale, ma sviluppò le bastionature con l'utilizzo dei mattoni, che riteneva materiale maggiormente elastico ed atto a resistere, se operato con le dovute caratteristiche costruttive, all'impatto delle nuove artiglierie. 


Fortezza di San Nicolò, particolare del basamento in pietra bianca e della cortina muraria in mattoni (foto Carlo Nicotra)

La tecnologia della muratura in mattoni, comunemente utilizzata per molte fortificazioni veneziane dell'epoca, risultava insolita ed innovativa per il territorio dalmata, come inusuali apparivano pure la struttura e gli spazi operativi che vennero formati con concetti evoluti rispetto ai modelli tradizionali; all'impianto che sfruttava planimetricamente, con due bastioni a tenaglia, la forma triangolare del sito, si aggiungeva sul vertice un' ulteriore fortificazione a base circolare che il Sanmicheli denominava Torion; all'interno del recinto murato era collocata una piccola piazza e adiacente ad essa la cappella, realizzata probabilmente sul sito della ex chiesa conventuale; il Torion si protendeva verso il braccio di mare di Sant'Antonio, di fronte al faro di punta Sant'Andrea, ove il canale presentava una strettoia.



Planimetria della fortezza di San Nicolò in una riproduzione di Vincenzo Coronelli (1667)

La più evidente particolarità dell'edificio, oltre all'impianto planimetrico a base triangolare (che peraltro trovava diversi altri coevi esempi – vedi ad esempio la fortezza di Sarzanello del 1493, la rocca di Ostia del 1482, il castello di Aquino a Rocchetta Sant'Antonio del 1507, la fortezza di Sisak del 1544 e la fortica di Otočac del 1619) era costituita dalla totale assenza dell'usuale sistema di torri quale primo piano difensivo. Questo fatto, unitamente alla notevole altezza del muro di cinta, dei bastioni e del Torion, caratterizzava con vigore l'aspetto complessivo della struttura proponendo, specie sul lato del mare, un unico spazio imponente e minaccioso, dissuasore preventivo di qualsiasi atto ostile. 


La fortezza vista dal canale di Sant'Antonio ( foto Carlo Nicotra )

Sulle murature del lato postico l'impostazione cosiddetta “a corno o tenaglia” si poneva quale uno dei primi casi compiuti nel contesto dell'architettura militare veneziana e caratterizzava ulteriormente la forma finita dell'opera. La struttura, pienamente operativa dopo il 1546 ed inserita nel contesto delle fortificazioni venete di Sebenico (che comprendevano pure in aggiunta alla cerchia murata cittadina la fortezza di San Michele - tvrđava Sv. Mihovila, distrutta nel 1221 dai cittadini sebenzani e ricostruita col nome di castello di Sant'Anna o forte di Sant'Anna - trdava Sv. Ana; la fortezza di San Giovanni - tvrđava Sv. Ivana, eretta dai Veneziani nel 1646 a quota 125 m. e la fortezza del Barone - tvrđava Šubićevac, così chiamata in memoria del barone Christoph Martin von Degenfeld che la fece erigere nel 1646) venne presidiata da una guarnigione permanente ed armata con 32 cannoni, ma non venne mai coinvolta, se non marginalmente, in alcuna operazione militare. 


Sebenico, forte di Sant'Anna (foto Carlo Nicotra)

L'edificio, utilizzato sino alla caduta di Venezia del 1797 venne successivamente occupato dalle truppe napoleoniche e dagli austriaci, rimase vincolato al patrimonio demaniale per venire completamente dismesso solo nel 1979. Successivamente le sue strutture vennero parzialmente riattate per essere adibite ad utilizzi turistici e culturali. Dal 9 luglio 2017 il forte di San Nicolò è stato riconosciuto dall'UNESCO quale patrimonio mondiale dell'umanità nel contesto del sito transnazionale delle Opere di difesa veneziane tra XVI e XVII secolo: Stato da Tera – Stato da Mar Occidentale.



lunedì 29 ottobre 2018

Sant' Ivo alla Sapienza

Borromini
Roma, Sant'Ivo alla Sapienza, cupola e lanterna spiraliforme (foto Carlo Nicotra)

Nel 1660 a Roma veniva consacrata, all'interno del complesso universitario della Sapienza,la piccola chiesa dedicata a Sant'Ivo Hélory. Borromini che, da architetto dell'università romana, aveva iniziato ad occuparsi del progetto dopo il 1632, non avendo a disposizione grandi spazi planimetrici, fece la scelta di far sviluppare le volumetrie della chiesa verso l'alto. Nello schema progettuale da lui ideato due triangoli contrapposti, combinati con parti di cerchio concave e convesse, si compenetravano sino a formare l'immagine di una stella a sei punte; tale figura si sviluppava nell'alzato creando un impianto spaziale ricco di contenuti simbolici. La traslazione dell'impianto dal livello terra alla sommità delle pareti, generava l'appoggio, in assenza di trabeazione, della cupola che, a sua volta, si spingeva verticale e dinamica sino al cerchio luminoso e perfetto della lanterna. 

Borromini
Sant'Ivo, intradosso della cupola (foto Carlo Nicotra)

All'esterno un crescendo di gradoni contraffortati si impostava sul tamburo ottagonale, proseguiva verso l'alto con la lanterna strutturata su un'alternanza di colonne binate e superfici concave, aprendosi, alla fine, verso il cielo tramite l'elemento a spirale. Quest'ultimo, nella cui immagine sono riconoscibili molteplici riferimenti simbolici ed architettonici (tratti dell'iconografia cinquecentesca della torre di Babele nelle forme rivisitate dal gesuita tedesco Athanasius Kircher, il faro di Alessandria, ma anche alcune delle componenti del gotico fiorito che il giovane Borromini aveva trattato durante la realizzazione del tiburio del duomo di Milano) costituisce uno dei principali elementi caratterizzanti l'edificio; dinamizza gli spazi proiettandoli, in opposizione alla simbolica chiusura della volta celeste operata nella quasi totalità delle cupole degli edifici religiosi, dal basso verso l'infinito.

Borromini
Sant'Ivo particolari architettonici della lanterna spiraliforme (foto Carlo Nicotra)

Tra le righe dell'eterodossia architettonica borrominiana, espressa con decisione nella dinamica spaziale operata a Sant'Ivo, si coglie peraltro un'accorta politica professionale; nell'edificio l'architetto contestualizza un omaggio alla famiglia Barberini, il cui schema araldico delle tre api appare stilizzato nell'intreccio delle geometrie che formano l'impianto planimetrico e inserisce l'elemento sommitale esterno della corona di fiamme in pietra e ferro della lanterna/faro luce dell'umanità, sovrastata dal globo e dalla colomba col ramoscello d'ulivo, quale palese tributo al pontefice in carica Innocenzo X Pamphilj. 

Borromini
Sant'Ivo, parte sommitale della lanterna (foto Carlo Nicotra)


Borromini
Roma,  complesso di Sant'Ivo alla Sapienza 1642-1660  (foto Carlo Nicotra)


venerdì 6 luglio 2018

Trogir, Castel Camerlengo

Trogir
Castel Camerlengo, torre ottagonale e spalti (foto Carlo Nicotra)

Il cosiddetto “Castel Camerlengo” fa parte del complesso sistema di fortificazioni di cui era dotata la cittadina dalmata di Trogir. La prima cinta murata della cittadina, risalente al periodo ellenistico, racchiudeva parte del perimetro dell'isola di Tragurion (isola delle capre) e proteggeva il centro abitato sviluppatosi nel sito secondo le linee del reticolo urbanistico ippodameo. Le opere di fortificazione dell'isola, si svilupparono ulteriormente dopo il 78 a.C. nella Tragurium romana e dopo il X secolo, nella autonoma Tragura medievale.


Castel Camerlengo in un'immagine d'epoca. 

Successivamente all'anno 1000, Trogir cominciò ad entrare nell'orbita di influenza della nascente potenza della Serenissima, ma furono i Genovesi che, occupata l' isola nel corso del conflitto con Venezia (guerra di Chioggia 1378-1381), la attrezzarono quale sicura base di appoggio per la loro flotta nel mare Adriatico ed edificarono un'importante torre a nove lati, embrione del futuro castello. Dopo la definitiva occupazione veneziana, avvenuta nel 1420 in seguito al vincente assedio condotto da Piero Loredan, la torre genovese fu ampliata e collegata ad un sistema difensivo complesso che accorpava il nucleo urbano esistente al suburbio (Pasike) mediante la realizzazione di una ininterrotta cinta muraria. 

Trogir
Castel Camerlengo, la torre ottagonale dal cortile (foto Carlo Nicotra)

Tra il 1420 ed il 1433 le fortificazioni urbane vennero ulteriormente potenziate con la costruzione della massiccia struttura a pianta rettangolare, rinforzata da torri ai quattro lati che, in quanto sede della struttura militare veneta, venne denominata Castel Camerlengo. La fortezza, realizzata dal maestro dalmata Marino Radoi su progetto dell'ingegnere militare veneziano Lorenzo Pincino da Bergamo, era originariamente circondata da un fossato e difesa sui lati nord ed est da un terrapieno; l'ingresso principale, che si apriva sulla cortina muraria settentrionale era protetto da ponte levatoio. 

Trogir
Castel Camerlengo (foto Carlo Nicotra)

Il complesso fortificato dell'isola venne ulteriormente potenziato tra il 1470 e la fine del XV secolo con la costruzione della Torre di San Marco. Situata su uno dei canali di accesso all'isola e collegata alla fortezza, venne progettata da Giocondo Cappello e Domenico di Allegretto da Ragusa con una struttura a pianta circolare attinente ai dettami dell'architettura militare del momento e adeguata all'
 evoluzione tecnica delle artiglierie. 

Trogir
Trogir, torre di San Marco, sec XV (foto Carlo Nicotra)

Nel corso del XIX secolo, contestualmente alla demolizione di gran parte della cinta muraria veneziana, Castel Camerlengo subì un notevole degrado; furono infatti demoliti tutti gli edifici situati nel cortile, la residenza del comandante del castello, gli alloggi della guarnigione e la cappella di San Marco. 

Castel Camerlengo, scavi archeologici (1941)


L' aspetto attuale della struttura è legato agli interventi di risanamento effettuati nel corso del XX secolo che hanno provveduto al recupero e consolidamento delle strutture murarie, adattato un percorso per la visita degli spalti e delle torri e recuperato gli spazi della corte per un utilizzo a fini turistici.

Trogir dal castello
Castel Camerlengo, vista del centro storico di Trogir dalla sommità della torre ottagonale (foto Carlo Nicotra)


lunedì 28 maggio 2018

Castello di Tures

burg taufers
Castello di Tures (foto Carlo Nicotra)

Il Castello di Tures (Burg Taufers) è situato alle spalle dell'abitato altoatesino di Campo Tures (Sand in Taufers) sulla sommità dell'altura, bagnata dal torrente Aurina, già sito, dal XII secolo, di una precedente rocca. Citato per la prima volta da fonti documentali nel 1225 con il nome di “Castel Tures” e quale proprietà dei signori di Taufers ministeriali della chiesa vescovile di Bressanone, si sviluppò dall'originale mastio con torre d'abitazione e granaio, in un articolato complesso che trovò la sua forma definitiva solo dopo la metà del secolo XVI. Mai coinvolto in azioni militari di rilievo, fu lungamente adibito a residenza e corte di diverse famiglie nobiliari e dopo il 1504, venne ampliato nelle sue strutture abitative, rappresentative e difensive dai signori di Fieger che ne fecero innalzare l'ala sud ovest. 

Castello di Tures (foto Llorenzi)

La struttura venne utilizzata sino all'inizio del secolo XIX, poi venne abbandonata, cadendo progressivamente in rovina. L'aspetto attuale del castello è dovuto all'intervento effettuato nel 1907 da Ludwig Lobmayr e da quello avviato dall'abate Hieronimus Gassner, procuratore generale dell'ordine dei benedettini austriaci, che lo acquistò nel 1953, ne risanò le mura e fece riedificare la torre. Nel 1977 l'edificio fu rilevato dall'Associazione dei Castelli dell'Alto Adige (Südtiroler Burgeninstitut) che si attivò per l'esecuzione di diverse opere di restauro e manutenzione dei paramenti murari delle facciate, degli interessanti ambienti interni e degli arredi.


Castello di Tures, sale interne (Südtiroler Burgeninstitut)




martedì 22 maggio 2018

Castello di San Servolo

San Servolo
Castello di San Servolo (foto Carlo Nicotra)

Il castello di San Servolo (
Grad Socerb in sloveno, Schloss Sankt Serff in tedesco) è situato in territorio sloveno sulla sommità di una rupe incombente sul golfo di Trieste. Il nucleo originario della costruzione è presumibilmente databile al IX secolo ma la struttura, teatro di numerosi episodi bellici, fu più volte distrutta, ricostruita e ampliata nel corso dei secoli successivi. Il castello fu controllato dai veneziani dal 1463 per passare poi in proprietà alla nobiltà locale. L'aspetto attuale dell'edificio è riconducibile all'intervento effettuato nel 1924 dal barone triestino Demetrio Economo ed ai restauri effettuati nel secondo dopoguerra.

Immagine del castello di San Servolo tratta da "Die Ehre des Hertzogthums Crain" di Janez Vajkard Valvasor (1689)


giovedì 17 maggio 2018

Palazzo Gopcevich


Trieste
Trieste, palazzo Gopcevich (foto Carlo Nicotra)

Palazzo Gopcevich venne realizzato tra il 1847 ed il 1850 sulla sponda nord del Canal Grande, asse urbano che, collegando il lungomare cittadino alla parte centrale del Borgo Teresiano, costituiva il cuore della parte attiva della Trieste ottocentesca.


palazzo Gopcevich
Trieste Canal Grande, a sinistra palazzo Gopcevich, sulla destra palazzo Carciotti e sullo sfondo la chiesa di Sant'Antonio (foto Carlo Nicotra)
Trieste Canal Grande
Trieste, palazzo Gopcevich, il prospetto principale sul canale (foto Carlo Nicotra)

Spiridione Gopcevich (1815 – 1861), facoltoso armatore e commerciante austriaco di origini serbe, commissionò il progetto all'architetto Giovanni Berlam che sviluppò uno dei primi esempi cittadini di architettura eclettica. La facciata, riecheggiante forme architettoniche del Quattrocento lombardo, decorata con riprese ornamentali tipiche dei palazzi veneziani e trattata con motivi geometrici bicromatici, costituiva la parte rappresentativa dell'edificio; gli spazi funzionali, che si estendevano sino alla retrostante via Machiavelli, furono organizzati per ospitare l'abitazione della famiglia nonchè gli uffici e magazzini della connessa attività imprenditoriale. Il palazzo venne abitato dai Gopcevich per circa venti anni, poi venne suddiviso in due parti divenendo, nel 1921, sede della Compagnia di Assicurazioni Danubio e nel 1928, della Cassa Marittima Adriatica. Nel 1999, dopo un attento restauro, l'edificio venne acquisito dal Comune di Trieste che allestì gli spazi interni quale sede del Civico Museo Teatrale Carlo Schmidl e per altre attività culturali.




giovedì 10 maggio 2018

Il Politeama Rossetti

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Trieste, il Politeama Rossetti dall'Acquedotto (Viale XX settembre)

Trieste, nella seconda metà dell'Ottocento si trovava in una fase di vivace espansione urbana che iniziava a varcare la barriera dei torrenti, sino a quel momento, limite fisico ai compatti insediamenti della città teresiana. A monte del nuovo Borgo Chiozza, si strutturava l'arteria della Corsia Stadion e nasceva la Via dell'Acquedotto, che prendeva il nome dal canale in pietra romano, distrutto dai Longobardi e ricostruito nel 1750, regnante Maria Teresa. 


Trieste, la Via dell'Acquedotto (il "Viale") in una foto d' epoca

La sistemazione, nel 1808 della passeggiata alberata che portava all'ameno sito periurbano del Boschetto ed alla relativa Caffetteria (1830), trasformava il “Viale” in una promenade, identificata ben presto nell'uso comune, nell'immaginario collettivo e nelle citazioni letterarie quale uno dei principali punti di ritrovo e svago della città (...una sera, al principio di gennaio, il Balli, con un infinito malumore, camminava soletto lungo l’Acquedotto... - Senilità, Italo Svevo 1898). Fu in questo luogo, particolarmente vocato all'insediamento di attività ricreative che, nel 1877, la Società anonima (per azioni), formata da un gruppo di finanzieri triestini, facenti capo al barone Emilio de Morpurgo, azionista di rilievo del Lloyd di assicurazione e navigazione, scelse di realizzare una nuova importante sala teatrale cittadina conferendone l'incarico di progettazione all'ingegnere ligure Nicolò Bruno. La scelta si rivelò indicativa in merito alle caratteristiche da dare al futuro edificio; il Bruno infatti, dotato di precedenti esperienze relative alla costruzione di edifici teatrali, tra cui il teatro Gustavo Modena di Sanpierdarena ed il Politeama di Genova (1868-1871), ripropose, sfruttando il modello genovese, l'idea della polifunzionalità e della conseguente possibilità, derivata dall'ampiezza e dalle caratteristiche tecniche del palcoscenico, di ospitare qualsiasi tipo di spettacolo teatrale. Il suo progetto, firmato congiuntamente all'architetto Giovanni Scalmanini, venne approvato dal podestà di Trieste Massimiliano D'Angeli il 26 settembre 1877 e la realizzazione dell'edificio, operata dall'impresa dell'ingegnere Giovanni Righetti, pure lui come lo Scalmanini, di origine ticinese, impegnò, unitamente all'acquisto degli oltre quattromila metri quadrati di terreno necessari, la somma complessiva dei trecentomila fiorini sottoscritti dalle azioni emesse dalla società. Il Politeama, dedicato alla memoria del mecenate triestino Domenico Rossetti De Scander, fu realizzato in poco più di un anno; venne inaugurato il 27 aprile 1878, ma il suo pieno inserimento nel panorama della realtà culturale cittadina non fu immediato e neppure esente da ampie critiche da parte della stampa locale che contestavano la sua “posizione un po' scomoda” e la povertà di alcune scelte estetiche. 


Politeama Rossetti, ingresso al livello del foyer/platea e scala diagonale (foto Carlo Nicotra)

La struttura in realtà conteneva diverse soluzioni costruttive interessanti sia nella sua impostazione architettonica sia nell'attuazione di alcune soluzioni funzionali; inserito nel contesto stilistico dell'eclettismo, che al tempo caratterizzava i più importanti edifici cittadini, il Politeama presentava dei prospetti dalle forme eleganti che ben si adattavano, grazie anche all'inserimento di una particolare scalinata diagonale, al terreno in forte dislivello tra la pianeggiante Via dell'Acquedotto (ora Viale XX settembre) ove era stato collocato l'ingresso principale e la soprastante via Crispi; il Bruno ottenne di mediare l'inevitabile sfalsamento altimetrico tra accesso e foyer/platea operando sullo stretto rapporto tra l'impostazione delle facciate sud ed ovest e l'apparato distributivo interno.


Politeama Rossetti facciata
Politeama Rossetti, prospetto su Viale XX Settembre (foto Carlo Nicotra)

Gli altri fattori caratterizzanti erano costituiti dalla larghezza (25 metri) del palcoscenico, dalla particolare capienza della sala (diametro massimo di 31 metri), che poteva originariamente ospitare 5000 spettatori seduti e dalla cupola apribile che sovrastava la platea; questa soluzione conteneva un probabile riferimento al Politeama genovese che funzionò, per parecchi anni, privo di copertura. L'aspetto attuale del Politeama triestino corrisponde però solo parzialmente all'immagine creata dal Bruno; la storia dell'edificio e conseguentemente il suo aspetto e le sue funzionalità, vennero infatti caratterizzate principalmente dai tre significativi interventi di restauro avviati nel corso del Novecento. Nel 1928 la Società proprietaria, per risolvere una serie di problematiche funzionali, commissionò alcune importanti opere che ne coinvolsero quasi tutto l'assetto interno; la progettazione venne affidata all'architetto Umberto Nordio che si avvalse della collaborazione dell'architetto Aldo Cervi, dello scultore Marcello Mascherini e del decoratore Emilio Magliaretta. I principali interventi effettuati riguardarono la drastica riduzione dei posti a sedere, il rifacimento della cupola con l'eliminazione del meccanismo di apertura, la realizzazione dello scalone nell'atrio e la revisione di tutto l'apparato decorativo della sala e del foyer. Nel 1937, Il fallimento della società proprietaria, portò alla vendita all'asta dell'immobile che venne rilevato dal Banco di Sicilia e successivamente ceduto alla società facente capo all'industriale Giorgio Sanguinetti. La sala fu provvisoriamente ridotta ad uso cinematografico, poi utilizzata dal Governo militare alleato nel dopoguerra, per continuare l'attività sino al 1956, quando venne definitivamente chiusa. La ripresa delle attività al Politeama avvenne parecchi anni più tardi, in seguito alla mutata situazione complessiva delle sale teatrali cittadine. 


Trieste, Teatro Nuovo (foto archivio Comune di Trieste)

La demolizione, decisa nell'estate del 1962, del Teatro Nuovo di via Giustiniano, incompiuto edificio facente parte della Casa centrale del Balilla (1934), portò ad un importante intervento economico da parte della direzione del Lloyd Adriatico di Assicurazioni finalizzato a ridare una sede al Teatro Stabile del Friuli Venezia Giulia che operava da anni nel dismesso teatro. Dopo la demolizione del 1962, effettuata per realizzare la nuova sede RAI, la programmazione delle stagioni di prosa dello Stabile Regionale trovò provvisoriamente posto (protraendosi sino agli anni Ottanta) negli spazi funzionali, ma ridotti, del “Teatro Auditorium”, ex “salone dei rapporti” della Casa del fascio di Trieste (ora Questura).


Trieste, ex Casa del Fascio, ora Questura; edificio sede della sala dell' Auditorium (foto Carlo Nicotra)

L'operazione avviata dal Lloyd nel 1967 con l' acquisto, dagli eredi Sanguinetti per la somma di 150 milioni di lire, dell'edificio di Viale XX Settembre, proseguì con la realizzazione degli interventi necessari per riportare il Politeama all'uso teatrale. I lavori, progettati, come nei restauri del 1928, dall'architetto Umberto Nordio ed eseguiti dall'impresa Edile Adriatica, facente capo allo stesso Lloyd proprietario, vennero ultimati in circa un anno, consentendo di inaugurare la struttura restaurata il 9 giugno 1969. Nell'occasione, tra le altre opere eseguite, venne rifatto il piano inclinato della platea e furono sostituite le sedute delle gallerie, vennero recuperati gli spazi, situati a livello Viale, della vecchia mensa comunale, per adibirli a falegnameria e laboratori scenografici. Nel 1989, dopo venti anni di gestione operata dal Teatro stabile di prosa per conto del Lloyd Adriatico, il Politeama venne acquistato dal Comune di Trieste con il sostegno economico di uno specifico contributo regionale e venne dato il via ad una nuova lunga serie di interventi volti a modificare l'estetica e la funzionalità dell'edificio. Le opere di riqualificazione da eseguire, che comprendevano gli adeguamenti edilizi ed impiantistici relativi alle intervenute normative di sicurezza sui locali di pubblico spettacolo e una serie di interventi atti a migliorare sia la fruibilità da parte del pubblico, che il funzionamento delle attrezzature teatrali, vennero pianificate con uno studio di fattibilità redatto, nel 1994, dallo studio di architettura Celli e Tognon; le opere previste, suddivise in diversi lotti, in gran parte gestiti direttamente dagli uffici tecnici del Comune, iniziarono poco dopo l'approvazione dello studio di fattibilità, per protrarsi sino al 2007. ll lotto di maggiore impatto, che rese necessaria la chiusura del teatro dal luglio del 1999 all'aprile del 2001, prevedeva un importo di oltre otto miliardi di lire; fu progettato dagli architetti Luciano Celli e Marina Cons e realizzato dall'impresa Nostini di Roma. Le condizioni nelle quali si svolsero i lavori, ed in particolare la gestione della tempistica degli interventi, furono causa di un decennale contenzioso tra impresa esecutrice e Comune di Trieste. 


Politeama Rossetti, ingresso a livello platea /foyer e piano superiore con la sala Bartoli  (foto Carlo Nicotra) 

Alla conclusione definitiva delle opere, il Politeama si ritrovò con due nuove funzionalità che si andavano ad aggiungere alla sala principale da 1530 posti: un secondo spazio per spettacoli, dedicato all'ex sindaco Gianni Bartoli, che con i suoi 128 posti venne riservato soprattutto alla programmazione di drammaturgia contemporanea e il “Cafè Rossetti”, un ristorante in grado di accogliere 100 persone, situato al pianterreno a livello Viale ed organizzato per far coesistere l'attività di ristorazione a piccoli spettacoli e concerti (per la sua realizzazione si rese necessario lo sbancamento, quasi integrale, effettuato nel 1999, dello spazio della platea). 



Politeama Rossetti, lo sbancamento della platea (1999) per la realizzazione del "Cafè Rossetti"

Oltre alla realizzazione dei complessi adeguamenti tecnologici e di sicurezza, il restauro degli spazi della platea e delle gallerie segnò una particolare caratterizzazione estetica con gli abbinamenti cromatici di intense tonalità di blu e rosso alternate ai decori delle colonne in foglia d'oro. La volta sopra alla platea, decorata con il cielo nuvoloso opera del pittore scenografo Alessandro Starc, fu attrezzata con 1614 punti luminosi in fibra ottica riproducenti il cielo stellato.



Politeama Rossetti, la sala restaurata dopo i lavori del 1999-2001 (foto archivio del Comune di Trieste)